Elenco di piccole cose che possono cambiare una giornata (ed infine anche la vita)



Lo ammetto. Sono un’inguaribile ottimista.
Nasco così. Con la passione per la vita. 
Mi piacciono gli attimi da assaporare come rosse ciliegie, i dettagli delle relazioni, gli angoli dei volti.
Ho il gusto della profondità e della superficie. Mi piace la materia e lo spirito che in essa si rivela e cela.
Amo l’aroma dei peperoni che sfrigolano in padella d’estate e l’odore che il mio paese ha nelle sere d’inverno, quel misto di umidità di pino e legna arsa nei cammini.
Amo l’eccitante inizio di ogni primavera, con quella voglia che mette ai piedi di correre nudi in tutte le direzioni, e i colori caldi dei miei alberi d’autunno, il giro di danza delle foglie e il motivetto che canto a mio figlio da quando è nato: 
Crescono le foglie quando è primavera e cantano e danzano e parlano con me.
Ridono le foglie al sole dell’estate e cantano e danzano e parlano con me.
Cadono le foglie quando vien l’autunno e cantano e danzano e parlano con me.
Dormono le foglie quando fuori è inverno e cantano e danzano e parlano con me’.
Ma non è stato sempre così.
Anch’io ho avuto ‘quei momenti’.
Quelli in cui ‘ti si chiudono gli occhi ancora’ e ti senti una piccola stella senza cielo… la citazione è inutile!
Per esempio al liceo.
Il mio super prof di religione, Pino, (l’unico che abbia mai meritato il titolo di professore di religione in tutta la storia dell’insegnamento della religione della mia vita!) ci fece fare un test. Ero all’inizio del primo anno.
Ci chiese quali fossero i nostri sogni ed io risposi, con una desolazione che avrebbe fatto impallidire Leopardi e farlo considerare ai più un uomo divertente, che non avevo sogni perché tanto i sogni non si avverano mai. Punto.
Che tenerezza pensare ora a quella ragazzina!
Poi qualcosa è cambiato.
Ho ritrovato quel che avevo perso dimenticando il giardino delle fate.
Ma ve lo racconto un altro giorno! 


1. Il giardino delle fate 

Sono una selvatica.
Mia madre lo dice da sempre. E per sempre lo dirà perché è vero.
Quando insegnavo mi sedevo sulla cattedra. Mai dietro.
Non ho mai considerato le persone per i ruoli che ricoprono (e ciò mi ha procurato non pochi casini relazionali!).
Mi piace il verde. E dire ‘Oh, che meraviglia!’ pure – come direbbe mia zia – se caca un ciuccio!
Quando ero, anagraficamente, una bambina trascorrevo tantissimo tempo all’aperto. - E, per intenderci cara mamma, se sono quel che sono la colpa è tua e di papà che mi avete dato la grazia di crescere nella terra, tra i sassi (ah, colleziono pietre da sempre) e sotto gli alberi -.
Dicevo, l’infanzia è stata libera e selvatica. Proprio in senso fisico, materiale. Andavo col ritmo delle stagioni.
Giocavo con la mia Barbie sotto gli alberi e le facevo fare il bagno nei bidoni pieni d’acqua che servivano a papà per costruire, la sera, dopo il suo lavoro, la nostra grande e bella casa.
Pasticciavo terra ed erba per preparare ottimi intingoli alle bambole e mi prendevo cura di loro sull’erba del prato dietro casa. Ero già strega!
Dettagli che hanno fatto la mia storia.
C’erano due fichi, bellissimi, uno dai frutti bianchi e l’altro dai frutti neri (la tolleranza odierna mi deriverà da questo?) e un ciliegio maestoso.
Sotto quel ciliegio ho una foto con mia madre: bellissime entrambe.
E poi c’era lui.
Era a poche decine di metri da casa.
Uno spiazzo erboso con querce a custodia tutt’intorno e piccoli arbusti.
Era il mio giardino delle fate.
Andavo lì per parlare. E parlavo con fate, gnomi, elfi e altri esseri fantastici che popolavano i miei giorni. Parlavo con loro e sentivo l’eco delle loro parole nel fruscio delle fronde, nel sibilio dell’erba.
Era incantevole! Ero incantevole.
E’ in lui, quel luogo delizioso e semplice che ho cominciato il mio dialogo con l’invisibile.
L’educazione più essenziale della mia vita l’ho ricevuta lì.
Poi è cominciata quella fase della vita in cui la scuola ti da razionalità e ti toglie fantasia.
Direte, ma no, la scuola non è così! La scuola ex-duce, trae da noi il tesoro che è già dentro e ci insegna ad esserne consapevoli! … lo dite davvero? Se lo dite con cognizione di causa, beh, beati voi. Vorrà dire che la mia scuola non è stata così.
Se lo dite come insegnanti… vorrei un giorno foste gli insegnanti di mio figlio!
Cosa ho perso in quegli anni?
Un po’ di bellezza e incanto. A poco a poco.
Pare che sia così per tutti e forse si deve passare al crogiuolo di questa terra di mezzo, per riprendere poi, il viaggio verso la parte di sé originaria, quella del bambino capace di vedere l’invisibile.
E infatti, per me, è andata così.
Un giorno, non più bambina anagraficamente, sono tornata da lui, il mio luogo e con mia grande sorpresa ho trovato qualcuno ad attendermi.
Ma questa è già un’altra storia…


2. Walnut, il cambiamento 


Sono attenta. Ecco un’altra verità su me.
A questo, in realtà, mi sono ampiamente formata, sebbene partissi da una buona base di curiosità.
C’ho lavorato per anni. Anni fatti di mesi, settimane, giorni, ore, minuti, secondi.
Mi piace collezionare dettagli, istantanee di vita.
Potrei dirmi una reporter di attimi. Fotografo, serbo, nell’inventario intimo, le piccole cose che sanno cambiarti una giornata ed infine anche la vita.
E’ per questo che amo scrivere, credo, per custodire questa vita in essenza e non perderla.
E questo è un album di piccole cose. Di quelle che ti colgono spesso con discrezione e lasciano poi un’impronta per sempre. Di quelle che ti si depositano dentro e fanno di TE quello che SEI.
Nulla passa e basta.
Resta tutto, anche quando ne perdiamo la memoria e tutto fa di me - e di te -quello che hai sempre sognato di essere o quello che non avresti mai pensato di essere.
Tutti possono essere collezionisti di dettagli. Tutti possono custodire piccole cose capaci di cambiare il corso degli eventi.
Tutti possiamo lasciarci cambiare la vita, in qualunque attimo.
Che non arriva per caso. Mai.
E quel giorno, quando sono tornata nella piccola radura, era il tempo di un dettaglio niente male!
Avevo paura a restare lì da sola. Per questo poi non ci sono più tornata.
Ogni rumore era una minaccia, non più un incontro.
Gli animali, soprattutto, mi spaventavano.
Ed è grazie ad un animale che ci sono tornata. Timido, il mio cane (che poi ho scoperto essere una femmina il giorno che ha avuto Cico… che poi ho scoperto essere anche lui una Cica!...non c’ho preso mai, eh?!).
Era un essere così docile. Talmente la vita lo aveva bastonato, e forse anche qualcun altro, che non si è lasciato accarezzare per giorni.
L’ho incontrato sulla strada di casa. Aveva uno sguardo che elemosinava attenzione, cura, amorevolezza. Ci siamo incontrati per diverse sere. Stava un po’ con me, a deditissima distanza, e poi fuggiva.
Fino a quando una sera, dopo lunghi sguardi d’intesa, Timido (ormai aveva un nome) si è lasciato accarezzare ed è diventato ospite fisso da noi.
Ora mi rendo conto, mentre scrivo, che è stato l’animale più speciale della mia vita. Ancora ricordo, e penso lo farò per sempre, i suoi occhi profondi.
E’ insieme al mio cane che ho avuto il coraggio di tornare nel giardino delle fate e restare lì a scoprire quel che avevo perso. C’era lui a guardia e tutto andava bene.
Nel mezzo del giardino c’era un albero.
Non lo ricordavo affatto! Era un noce.
Alla base del suo tronco una concavità, una sorta di utero esterno.
Cominciai a familiarizzare con quell’albero.
Mi sedevo ai suoi piedi e parlavo con Dio.
In realtà, è sempre stato Lui l’interlocutore segreto di quel giardino, ma allora, nell’animismo dell’infanzia, Quello era senza nome. Era esperienza, non concetto, era presenza, non dogma.
Specialmente per me.
Le catechesi dell’infanzia non m’avevano convinta ad andare a Messa per precetto e neanche le mie amiche che citofonavano puntuali la domenica mattina.
La prima comunione, quella no, è stata un salto nella compagnia.
Ho scritto quel giorno, sul diario che una parente mi ha regalato, Da oggi non sono più sola. Super accidenti che affermazione per una bimba!
Comunque sia, fuori, tutto è rimasto com’era. Senza nessun desiderio di celebrazioni comunitarie. Avevo la mia liturgia naturale. E questo è tutto per un bambino. Specie se la proposta non è una Presenza ma parole, parole, parole.
Insomma, alla fine su quell’albero ci sono salita.
Il mio albero dei cambiamenti.
Nella natura c’è davvero una risposta silenziosa. Se sappiamo ascoltarla.
I bambini lo sanno.
Ma anche questo ve lo racconterò un altro giorno.


3. Baci, ovunque sparsi 

Come sarà il domani lo decide anche la notte.
Certe notti insonni si vedono nei dettagli di un volto stanco o nelle brusche impennate d’umore mentre un cliente si fa più esigente del solito. E allora, siccome sono educata, resto in silenzio, fino a quando il cliente non ha terminato il suo monologo interiore e compreso da sé che per la luna dipinta di blu non siamo ancora attrezzati.
E poi ci sono quei risvegli.
Quelli in cui ti stropicci fra le lenzuola con un sorriso ebete e gli occhi trasognanti e ti volti a guardare il tuo uomo come fosse l’ultimo e unico essere vivente rimasto sulla terra. Quelli in cui prima sospiri e poi torni alla respirazione standard e ti alzi cantando La vie en rose.
Sono i mattini figli delle notti d’amore. Quelle in cui il mondo può anche cambiare rotazione e impennare verso Marte che tu te ne freghi assolutamente dell’esistenza di un universo la fuori.
Quelle che, dopo una giornata di lavoro, sei fresca come una rosa solo perché lui ti ha inviato un sms con su scritto Ho fame. Non cucinare!
E tu ti sei messa a sfogliare immediatamente l’enciclopedia universale dei desideri per offrire una cena indimenticabile.
Ecco, questi dettagli della notte, planano sui minuti e sulle ore del giorno seguente come una frescura nel sole d’agosto, come un focolare scoppiettante nelle sere fredde d’inverno.
Colleziono i dettagli di certe notti per sfogliarli nei tempi di magra, quando un’ora sbiadisce un po’ nel tran tran quotidiano ed ho bisogno di una sveglia.
Per esempio, se un volto arcigno tenta di rovinare una porzioncina succulenta della mia giornata ecco che lancio la carta vincente del suo volto illuminato dalle candele: nessun volto regge il confronto.
E se un’ascella particolarmente commossa mi si fa accanto e mi mette sotto sopra le budella, ecco che sfodero l’arma del dettaglio olfattivo: il suo odore caldo, come un sacchetto di spezie profumate, poste segretamente sul suo petto.
Le notti d’amore con Dio, poi, hanno sempre lasciato la stessa impronta di sorriso ebete, canzoni mormorate al mattino e uno sguardo puntato alla luce dentro e ai Suoi baci, ovunque sparsi, nell’incanto della creazione.
Sono le notti d’amore con Dio ad aver dato l’intensità a quelle col mio uomo.
Chiarore di stelle o lume di candela, quelle notti, i dettagli sottili di certi incontri, segnano più di tutto il passo al giorno che sarà. Alla vita che è.
L’amore condiviso con Dio. L’amore condiviso con un uomo.
Lo stesso Eros, che trapassa il mondo di smagliante bellezza, la stessa freccia infuocata, capace di compiere tutte le ore dei nostri giorni.
Peccato che all’Eros, spesso, si dia nome di sesso, termine letteralmente usato solo per gli animali e poi passato nel nostro gergo a tradurre l’impoverimento dell’amore! Sì, peccato, ovvero ‘mancato bersaglio’ (questo vuol dire il termine peccato in ebraico) perché è l’Eros – che lo si viva nella relazione o nella castità – il luogo più alto della manifestazione dell’Essere. Perché Eros è Dio che si manifesta nell’ardore di vita che siamo, nella crescita dei semi dalla terra, nella pioggia riversata dai cieli sulla terra.
Un dettaglio che fa un oceano di differenza.
E voi, avete mai collezionato certe notti?
Ligabue sì, è chiaro.


 4. Ti a…emoticon!  

 

Abbiamo accolto una vita… ma dopo solo pochi giorni è volata via.
Siamo grati della gioia che ci ha dato. Seppur brevemente.
Ancor più crediamo nella bellezza d’ogni istante che va goduto, gustato, senza rimandi.
Risposta: Dito alzato (formato emoticon).
Meno male che almeno il dito era il pollice e non il medio!
Durante il travaglio, durato trentasei ore e finito con un cesareo in anestesia totale, un altro amico ha continuato per tutto il tempo ad inviarci smile.
Lettere e messaggi hanno spesso come risposta delle emoticons.
Ok, direte, hai scelto male gli amici!
Tuttavia, ad una meno semplicistica valutazione, appare come questi piccoli dettagli possano corroborare la mia teoria  della ‘fuga dalle relazioni’.
Il linguaggio è arte finissima di umanizzazione. Manifesta ciò che, a differenza degli altri animali, ci identifica: il cuore, la mente, lo spirito, in esso sono espressi, palesati.
La nostra è una carne verbificata ed è questo il grande mistero di ciò che siamo.
Ora, se il linguaggio si riduce neanche più a ideogrammi carichi di senso (come quelli ebraici o giapponesi, per esempio), ma ad EMOTICONS, qualcosa vorrà dire sullo stato dell’arte della nostra condizione umana.
Cosa troveranno di noi gli archeologi del futuro?
Ma il punto non è neanche questo: è l’Oggi. Cosa costruiscono nell’ORA, il luogo della vita, le emoticons?
E’ saltato il confronto, l’argomentazione, l’ampliamento dei concetti che allarga i sentimenti.
Gli uomini e le donne in fuga dalle relazioni sono i più esperti emoticonisti, o almeno questo è quanto ho potuto sperimentare nella mia vita (il mio è solo un punto di vista e, come diceva il mio docente di teologia teoretica: un punto di vista non è che la vista di un punto!).
Una emoticon mette fine al mondo che abbiamo spalancato attraverso il linguaggio in un click. Senza sforzo. Senza spiegazioni.
Con un’aridità da far sfigurare il deserto.
Faccio salve le intenzioni, figuratevi!, ma se siete emoticonisti incalliti e non avete consapevolezza di ciò la vostra risposta in un click può significare per voi prima che per l’altro, ACHTUNG!!!, forse dovete porvi delle domande.
Una emoticon sotto una foto in Facebook ci sta, fa parte del gioco veloce di questo tipo di comunicazione, dice ‘ci sono’ anche nel vortice delle occupazioni quotidiane. E’ simpatico!
Ma al cuore che si apre, all’animo che si svela, al dolore che si condivide, alla gioia che si distribuisce attraverso le parole, dobbiamo molto più di uno smile! O no?
Se proprio non vogliamo approfondire relazioni o continuare a condividere un percorso, bene: D I C I A M O L O !
Il dono della parola ci fa umani.
Le emoticons, al momento sbagliato, dicono solo che siamo dei fuggiaschi.
Diciamoci l’amore, diciamoci la vita, diciamoci anche la voglia di fuga!
Ti amo, è molto di più di smile.
Perchè l'amore al tempo delle emoticos è sempre l'amore. 
Un dettaglio, che fa molta differenza.


5. Pane e pepe 



Accanto alla finestra, dove le erbe aromatiche in bella vista fanno sfoggio di sé, c’è una stampa incorniciata: è un quadro di Chagall.
Ci sono due amanti, sospesi, come in una sovra-dimensione, in mezzo alle faccende quotidiane, in una cucina, davanti ad una torta.
Lei è avvolta da lui in un bacio che la sorprende, morbido.
Lei è tutta la sua gioia. Lui è tutta la sua festa.
Quando sono entrata per la prima volta nella cucina di Nina questo quadro è stata la prima cosa che ho notato.
La seconda è stata l’odore.
Nella sua cucina cuoceva sempre qualcosa in pentola. Sempre. Qualcosa.
Gli aromi del cibo si mescolavano con le spezie, le tinture madri, le essenze, con la carta dei libri sparsi ovunque, con il suo odore e tutto, tutto quanto insieme, era lei.
Nina era una donna-strega, capace di mescolare nel suo grembo ogni diversità, per questo molti l’hanno temuta: tremavano di fronte al suo sguardo che non si scandalizzava di nulla, così gratuitamente e sfacciatamente accogliente.
Ci siamo incontrate in un cimitero, anni fa.
Gli alberi dei cimiteri hanno una voce diversa dagli altri, il sole si posa sui loro rami come un ospite discreto e anche il vento pare chieda “permesso” quando vuol soffiare tra le piccole cappelle così difformi le une dalle altre.
Tutto è pacato. Silenziosamente imperfetto.
Mi sono sempre rifugiata in questa ombra di paese quando la solitudine mi strappava le carni e quando la nostalgia di Dio si faceva insostenibile. Restare in mezzo a quella quiete mi ha dato sempre pace: toglie il fiato a pensieri inutili…
Quel pomeriggio cercavo l’olio del silenzio sulle mie ferite e Nina era lì. Annusava i cipressi e sorrideva, di un sorriso che partiva molto oltre le sue labbra rosse.
Ricordo bene ogni cosa: mi ero fermata come al solito accanto a quello spiazzo che è sempre toccato dal sole, dove l’erba fa come una piccola radura.
Guardavo la terra ubriaca d’acqua dopo le abbondanti nevicate invernali, i raggi del sole che filtravano attraverso gli alberi come attratti dalla terra e la terra che sembrava sussultare con il suo nuovo verde, sedotta dal delicato calore del sole.
Lei mi si è accostata silenziosamente e il mio fiuto, sentinella instancabile della mia anima selvatica,  ha colto ancor prima dei suoi passi la sua cannella.
Non ha detto una parola, mi si è messa accanto, guardando nella stessa direzione del mio sguardo.
Zitta.
Solo odore di cannella.
Ero imbarazzata, ma allo stesso tempo così piacevolmente avvolta dalla sua presenza da restare immobile,  come quando ci si ferma, incantati, davanti ad una farfalla o ad un passero e ci si trattiene anche dal più piccolo, lieve movimento per timore che questi possa scappar via spaurito.
I gesti, le parole, sospesi, in quel quadro di silenzio…
Fu lei a parlare, improvvisamente, come a continuare un discorso cominciato chissà quando: “Il cipresso è un bell’albero, non trovi? Ed è una pianta balsamica: con questi freddi Dio sa quanto possa far bene! Ti va una tazza di tè? Ho appena fatto i biscotti”.
Ecco, il suo odore di cannella in quel momento non era più un mistero, lo rimaneva però la ragione del suo invito. Ci sono, tuttavia, misteri che non è necessario svelare, che ci si fanno dinnanzi per essere accolti, semplicemente.
Avevo visto Nina diverse volte, per strada. Ogni volta ero rimasta ad osservarla, incuriosita e stupita. Non so cosa fosse di lei, ma c’era qualcosa che mi affascinava.
Così, per forza di attrazione, quel giorno sono entrata nella sua casa.
Come spiegare la chimica che nasce tra due persone ancor prima che si parlino, quel lento accostarsi dei pensieri, dei sentimenti, dei gesti, che si mescolano come a formare, ingrediente dopo ingrediente, un buon impasto? - questo accostamento di immagini, così concreto, a lei sarebbe piaciuto molto! -.
E’ mistero puro e semplice e così mi lasciai andare ad un incontro che il tempo aveva già preparato dentro di me.
Un detto orientale afferma: “Quando il discepolo è pronto incontra il maestro”, e Nina arrivò con il vento giusto, al tempo opportuno.
Era una donna così particolare!
Quel pomeriggio, mentre mi serviva il tè, alla rosa canina - per rilassare il cuore e rafforzare il sistema immunitario, diceva -,  mi giungevano gli odori di quella dimora così piccola e così accogliente, non so… era come un grembo.
Non era affatto una casa disadorna, anzi era curata nei dettagli, seppur senza la maniacalità di quelle stanze bardate come musei del tutto, ma si riusciva a cogliere oltre ogni mobile, oltre ogni oggetto, un vuoto, non una assenza, quanto piuttosto uno spazio.
C’era spazio.
E i miei polmoni respiravano assieme agli aromi della casa un senso di libertà autentica.
Prendemmo il tè, accompagnato da quei biscotti deliziosi di cui avevo pregustato l’aroma nel suo odore. Lei li chiamava i “biscotti del buon umore”: erano carichi di spezie odorose, inebrianti.
- Me ne scrisse la ricetta su un foglio giallo, lo ricordo come fosse stato oggi, con la penna blu-.
Mangiavo e non era solo la mia pancia a nutrirsi: venivo nutrita profondamente.
Ero placata dal calore del tè, dal profumo intenso di quei biscotti e dai gesti lenti e pieni di solennità di Nina.
Il quadro di Chagall fu una delle prime cose di cui parlammo, di quegli amanti sospesi nella quotidianità di una cucina.
Disse a commento di quella scelta: “L’Amore è la possibilità di vivere accordarti con la Grande Vita che vibra in tutte le cose: Chagall mi piace perché è questo che vedo nei suoi quadri. Vuoi ancora del tè?”.
Chagall, il tè, Dio. Ero incantata dalla semplicità con cui riuniva tutto nel suono di poche parole, così efficaci.
Poi parlammo della sua cucina, di come avrebbe preparato le verdure che erano accanto al lavello, già mondate e pronte all’uso.
C’era passione in quel che diceva, ardore per le carote e le patate, slancio per le mele e il filetto di maiale: “Il Signore crea, conserva e dispensa per noi le piante, gli ortaggi e tutto ciò che può esserci di nutrimento. Tutto viene da Lui, tutto è pervaso della sua Presenza: quando mangiamo noi ci nutriamo di Dio! Perché Lui desideriamo in tutto ciò che ci dà gusto, anche se spesso non ne siamo neanche coscienti. Hai mai sussultato all’odore dei peperoni?”.
Nutrirsi di Dio. La gioia dei peperoni…
Per lei non esisteva un dentro e un fuori, un sopra e un sotto, un sacro e un profano, tutto era gravido di divino. La sua cucina era luogo del passaggio di Dio quanto lo era l’angolo di preghiera che aveva nella sua camera da letto e tutto era, senza soluzione di continuità, equilibrio e bellezza.
Tornai in quella casa molto spesso da quel pomeriggio di fine inverno e mentre mangiavo i suoi piatti venivo alla luce.
Una parte di me, rimasta sepolta nella confusione di un tempo di dolore, riemergeva tra le verdure e le torte, cucinata ogni volta in una nuova forma.
Nina si dava in pasto.
Cucinava le alchimie tratte dal suo spirito, metteva a disposizione la sua carne, la sua realtà contraddittoria  di donna  - ah, se amava gli opposti! -, e apparecchiava con estrema cura i suoi giorni.
Fino all’ultimo giorno.
La morte se l’è presa tra le braccia come una bimba, mentre era impegnata nelle sue solite faccende, - fiera e forte -, e le ha sussurrato che era ora.  “Saluta, è tempo di andare”. Forse le ha detto così.  
Quando sono arrivata da lei mi ha abbracciata, aveva odore di pepe nero e pane. Era serena.
Mi ha detto, con una risata piena di gusto: “Stasera niente cipolla, mi raccomando, lacrime quanto basta! …saprai regolarti…” e i suoi occhi erano due piccoli laghi verdi, adagiati come un ricamo sotto la fronte bianca.
Nina aveva l’essenzialità del pane e l’eccentrica saporosità  del pepe.
Il suo corpo di pane con la pancia lievitante e tenera, il seno accogliente di madre e il viso candido di bambina, come appena impastati e il pepe, il pepe nero e il sole caldo che erano il suo spirito e la sua anima. Erano lì.
Il tempo di una lacrima, la mia, calda, gonfia della vita che era stata in lei, dei suoi giorni, dei suoi odori.
Il solco di una lacrima e via.
Dopo la sua morte - così buffa a dire il vero, perché lei sorrideva come se le si facesse un leggero solletico sotto il mento, mentre andava via -, dopo la sua morte ho avuto in dono la sua casa e tutta la storia che essa racchiude. Ogni evento accaduto dentro e fuori. Tutta la sua storia.
I muri grondano parole e quelle parole, parafrasando un verso, sono uomini.
Vivo qui, ora, con il mio uomo.
Chagall è sempre accanto alla finestra, questa con le erbe aromatiche.
Ogni volta che lo guardo il presente e il passato si mescolano come aromi di cucina e si leva, dal profondo, quell’energia vitale che tutto crea e conserva, la viriditas che è in me come nel più tenero germoglio verde, quell’eros divino che Nina, con la sua presenza, trasse da me.
Annuso l’aria, allora, - la senti l’aria? diceva lei -. La sento e il mio sorriso parte molto oltre le mie labbra rosse.

Ci sono relazioni che fanno di noi noi stessi.


6. La vita, adesso 


Avevo 10 anni.
La sera prima di questo dettaglio, che ha cambiato in un giorno la vita intera, mi ero lasciata ispirare da una pubblicità alla tv: era la reclame di un bagnoschiuma e mostrava una donna completamente immersa in una vasca da bagno traboccante di bollicine. Nel completo relax (che solo quel prodotto poteva offrire!) pianificava la sua giornata e poi si alzava, energica e scattante, per vivere quanto si era proposta.
Mi sembrava una buona idea, pareva funzionare, e durante il bagno serale (pur senza quel bagnoschiuma e con uno shampoo alla mela verde che s’intonava alle mattonelle e lasciava un profumo di super pulito in tutta la casa) feci la stessa cosa e cominciai a stilare un programmino niente male di ciò che avrei voluto portare a compimento l’indomani.
Primo buon proposito della lista: portare il pranzo al mio bis nonnino senza sbuffare con mia nonna.
Era un classico. Lei mi chiedeva di farlo ed io mi ribellavo. Ovvio, anche.
Tutti col piatto davanti ed io per strada con il profumo delle succulente pietanze di mia nonna sotto il naso!
Quel giorno sarebbe stato diverso.
Lo è stato.
Era mattina presto quando bussarono alla porta. Il mio bis nonno era morto.
Black out dentro me.
Non solo perché era la prima esperienza di morte in famiglia.
Lui era morto prima che potessi assolvere a ciò che era giusto, prima che potessi offrirgli con gioia quel semplice pasto, prima che potessi non rimpiangere qualcosa.
Un gran colpo. Povero nonno, e che ne poteva sapere lui di morire proprio il giorno in cui la sua bis nipote aveva deciso di non rimandare ciò che va fatto?
Nell’economia della mia vita è stato un gong pieno di risonanza.
Da quel momento in poi ho giurato a me stessa che non avrei rimandato alcuna cosa. Mai più.
Così è stato.
Da allora nulla è stato più banale, né un ciao prima di andare via, né un sorriso per strada. Tutto è stato, da allora in poi, come il primo e l’ultimo momento da vivere. Ed è stato un grande dono, una meravigliosa eredità di vita scaturita dalla morte.
Di quante cose rimandate può essere intessuta una giornata, di quanti rimorsi per non aver detto o fatto quel che desideravamo dire o fare può annoiarsi la vita.
E di quanti vorrei essere ma… possiamo rovinare un’esistenza!
La vita è QUI, è ORA.
Non c’è tempo per rimandare un bacio, una parola, un incontro.
Non c’è tempo da perdere.
Ora diciamoci ti amo, qui mettiamoci a discutere per crescere insieme.
Scambiamoci tutto, senza avarizia, non lesiniamo noi stessi, lasciamoci andare alla vita che danza in noi, senza rimandi.
Perché la morte, quando verrà, deve trovarci vivi.


7. Porte aperte 


4 settembre 2005.
Una meteora era passata nella mia vita ad indicare un nuovo sentiero possibile, una relazione tra chiaro e scuro, notte e giorno, opposti che si attraggono.
Le meteore hanno caduta breve. Così è stato.
Era un giorno che non aspettavo nessuno.
4 settembre 2005, l’estate ancora addosso, e tutt’intorno un serena aria di festa, quella che emanano le cose e le persone quando è il tempo del riposo.
Mi ero vestita senza un’esagerata attenzione, se non quella della mia usuale civetteria di femmina italiana che mi fa scegliere capi abbinati anche per fare la spesa.
Minigonna di jeans, camicetta rossa, capelli sciolti e un po’ di rimmel.
Tutto qui.
Nessun abito della festa, nessun profumo oltre l’odore del mio vivere quotidiano.
Se avessi saputo che giorno era quel giorno, certo avrei curato ogni dettaglio con la pazienza fine di chi attende… ma la vita non aspetta che siamo pronti quando decide che è tempo di svoltare l’angolo.
La mattina mi ero lanciata in una parata degli abbattimenti più profondi: s’era fatto un vuoto.
Il momento propizio per gli eventi importanti.
Mio fratello, luce della mia vita sempre, mi fa stasera vieni al concerto con me? Francesco Renga avrebbe suonato in una località vicina.
Vado? Posso lasciare la mia parata personale e lanciarmi nella vita vera?
Vado.
Lascio cadere la mestizia. Completamente.
Metto su il sorriso migliore.
In macchina con noi ci sono degli amici che conosco da sempre e lui.
Anche lui lo conosco da sempre. Da quando a 12 anni mi disse, sotto le acacie in fiore dell’oratorio, solo ciò che si ama cresce.
E uno così come te lo scordi?
Gli ho fatto da promoter per tutti gli anni a venire da quel giorno.
Lo consigliavo alle mie cugine, più piccole di me come lui, e ne tessevo lodi infinite.
Bello, intelligente, simpatico: che aspettate, donne, fatevi avanti!
Ma c’era qualcosa. Lui mi metteva soggezione.
Non riuscivo ad accettare un suo passaggio in macchina - grazie, mi piace camminare! – con le buste della spesa stracolme? (matta).
Le nostre strade sono famose per fare schifo. Non ce n’è una fatta come si deve e quella sera in macchina, le curve, i fossi, facevano a gara perché mi avvicinassi a lui anche solo di poco ed io… mi aggrappavo come una cozza allo scoglio contro lo  schienale del sedile. Immobile, please! Perché? E che ne sapevo!
Poi il concerto. Bello, senz’altro, ma non è il sorriso – tra l’altro notevole – del Renga che ho impresso dentro a memoria di quelle ore.
Lui che mi prende in braccio perché io bassina possa vedere meglio, le sue labbra venute come sfondo in una foto fatta con un altro amico, la grazia dei suoi gesti discreti e pieni di cura, l’emozione di scambiarsi i numeri di telefono (o meglio lui che mi da il suo, tra l’altro sbagliato!) e gli occhi sorpresi di mio fratello che mi guarda dallo specchietto retrovisore con uno sguardo sorpreso all’inverosimile perché non capisce cosa non sta capendo!
Ecco, se quel giorno non avessi accolto l’invito, una porta aperta non sarebbe stata attraversata e non sarei entrata nella più grande avventura della mia storia: lui.
E’ arrivato come la più inaspettata delle notizie, come un temporale estivo dolcissimo e penetrante. E’ arrivato come la più familiare delle forme, il più intimo dei suoni, il più quotidiano degli odori.
Era quasi l’imbrunire, l’ora più intensa del giorno, quella in cui la luce chiama le tenebre per una danza, una lotta d’amore che veste e denuda dei suoi colori il cielo e mostra tutta l’intensa voluttà del gioco del darsi e del sottrarsi.
Non aspettavo nessuno e lui ha riempito, improvvisamente, l’aria intorno a me. L’ha saturata della sua storia.
Mi guardava come chi spia da dietro una finestra semichiusa l’arrivo di un ospite atteso.
Mi guardava con l’intensità della discrezione più tenera, come se i suoi occhi mi bevessero a piccoli sorsi.
Poi quello sguardo…
Le mani sulle labbra, a sostenere il mento scolpito, e quello sguardo come una freccia liberata dall’arco della sua vita per un volo, lunghissimo e brevissimo insieme.
Lunghissimo quel volo. Ha attraversato tutta la mia storia: ogni istante vissuto fino ad allora. Le ore, i sogni, i progetti.
Brevissimo quel volo. Fino a me, già vicinissima a lui. Alle sue ore, ai suoi sogni, ai suoi progetti.
Uno zenit.
Questo quell’ora è stata.
Ogni cosa, improvvisamente, era al suo posto.
I giorni, da quel tramonto, hanno smesso il loro regolare corso e lo spazio intorno non è più lo stesso.
Era un giorno che non aspettavo nessuno.
Poi il vento è cambiato e una brezza lieve ora scuote le mie chiome, come un richiamo costante, un invito fedele alla danza, alla stessa lotta d’amore che la luce e le tenebre intessono quotidianamente.
Ora, quel dettaglio, l’uomo che in un gioco di scoperta infinita, non smetto di guardare ammirata, l’uomo che mi toglie la panna dal dessert, perché sa che non mi piace, l’uomo di cui mi innamoro ogni mattina, ogni notte,  è tutta la festa della mia vita.
Una porta, aperta per sempre, su mille mondi possibili.


8. Dietro il vetro


Siamo due piscioni.
Se partiamo nel primo pomeriggio dobbiamo per forza fermarci in qualche autogrill. Il pranzo ci stimola la diuresi.
Conosciamo un sacco di posti dove farla! Come quel mio amico che, costretto da ragazzo alla dialisi e non potendo bere acqua, conosceva tutte le fontane della sua città.
Memoria della necessità la nostra, memoria del desiderio la sua.
Quella volta era di sera. Eravamo di ritorno da un viaggio, anche allora. Una relazione a quattro ruote quella. I nostri dialoghi interminabili si mangiavano un sacco di chilometri, mentre noi respiravamo quella calma atmosfera dell’intimità profonda. On the road, era quel tempo.
La macchina profumava di sigaretta e caramella alla menta. Il suo rito.
Fermi all’autogrill. Lui va in bagno, io resto in auto.
Ed ecco il dettaglio: dal mio punto di visuale posso osservare la grande vetrata della stazione di servizio proprio nel luogo in cui si trova la cassa.
Lui si ferma lì per acquistare qualcosa. Lo guardo ed è in vetrina. Lo meriterebbe.
Osservo i suoi gesti pacati ed eleganti e osservo in me l’onore che provo di poterlo avere accanto, nuovamente, solo dopo pochi istanti da quell’esposizione sotto i riflettori di un autogrill che è diventato un palcoscenico per la sua bellezza.
In una frazione di secondo i nostri sguardi s’incrociano e lui abbozza un sorriso.
Ha capito.
E’ la visualizzazione simbolica della nostra relazione: come da dietro un vetro.
Del mio eccessivo rispetto.
Della sua eccessiva prudenza.
Dopo anni, molti anni, ricordo con una messa a fuoco perfetta quel dettaglio di una serata che ha scattato la foto per sempre di una storia.
Un dettaglio che ha lasciato tanto silenzio prima, tanta rabbia poi, tanto silenzio ancora dopo, ancora dopo e ancora dopo.
Ma la lezione del vetro l’ho imparata.
Un bel vaffanculo a volte val più di mille parole e in amore - qualsiasi amore! - chi fugge perde sempre.
Quante volte guardiamo la vita come da dietro un vetro, come se tutto fosse in vetrina. E ci sentiamo troppo straccioni e inadeguati per allungare la mano e prenderci quel che desideriamo! O abbiamo troppa paura delle conseguenze dell’amore, di ciò che può innescare un avvicinamento all’altro, l’affetto dato e ricevuto senza armatura, senza corazza!
Ci passa la vita davanti e noi, come bambini golosi col naso appiccicato alla vetrina di una cioccolateria, ci perdiamo il meglio.
Da dietro un vetro mai più.
Vado a prendermi i miei sogni appena l’aurora sveglia le nuvole, corro a caccia di desideri non appena il vento si alza.
Romperò il vetro, tutti i giorni, ma non resterò a guardare, mai più, muta, al di là del vetro, la vita sfuggirmi.
Non lascerò scivolare via la vita che scorre bellissima e pronta come una sposa, la coglierò con lo slancio di uno sposo, con dentro la passione di tutto il possibile.
Vado a prendermi tutto, al di là del vetro.
Ora. Qui.


9. Ogni giorno come una lettera d’amore 


Avevo un amore tutto platonico nell’adolescenza.
Una storia romantica di amore impossibile. Beh, romantica a pensarci ora: quante lacrime, allora!
C’eravamo conosciuti d’estate, in luglio. Ad agosto non potevamo più fingere telefonate amichevoli e ci siamo detti tutto.
Sono stata io, in realtà, con la mia idea del se non ora quando, a prendere coraggio e a manifestare, per entrambi, che i programmi di matematica erano mutati in esercizi di chimica.
Sì, perché l’amore è così: hai voglia ad avere chiaro l’inventario del dovere, la planimetria dei percorsi, la mappa di tutta la vita. Se la chimica s’intrufola in una relazione non c’è bussola che tenga. E’ dirottamente puro ed estatico dell’esistenza. Una meraviglia!
E’ cominciata così, come un volo dirottato, la più fervida corrispondenza della mia vita.
Ci scrivevamo con una frequenza dal sapore d’altri tempi.
Alle due meno un quarto, massimo le due del pomeriggio, il postino arrivava ed io percepivo, come una lupa, il passo motorizzato di quell’araldo inconsapevole di lettere d’amore.
Scendevo le scale volando e poi aprivo la cassetta della posta come un pacco di Natale. A volte non davo al postino neanche il tempo di infilare le lettere nella buca. Ero già sotto ad attenderlo, non appena girava l’angolo in direzione della casa dei miei.
E poi c’era il rituale. Guardavo la busta adorante e quella grafia tonda e bellissima, elegante e buona.
Rientravo in casa e mi rifugiavo in camera.
Schiudevo la busta con cautela e respiravo quell’odore sperando rivelasse tracce del suo. Poi aprivo, solenne, i fogli (le nostre erano lettere lunghe, lunghe, lunghe quanto lo strazio della lontananza) e m’immergevo con voracità fra quelle parole.
La prima lettura era velocissima. Era quella della passione.
La seconda era lenta. Vi coglievo gli accenti di tenerezza.
La terza, e le innumerevoli a seguire, erano analitiche.
Lo sappiamo tutti, no, noi donne percepiamo la scelta della virgola e del punto esclamativo come un atto consapevole da parte dell’uomo che scrive.
A voler essere del tutto onesti, sappiamo anche che… non lo è!
Come non lo è il silenzio in macchina (non sto pensando a niente per una donna è un mondo che si spalanca, per un uomo è non sto pensando a niente!... invidiabile virtù maschile del vuoto dei pensieri!).
Quindi, dicevo, le nostre analisi del testo, che siano dello scritto o del parlato, sono piene di fraintendimenti. Siamo noi che ci fraintendiamo con noi stesse! Punto.
Quanti sogni abbiamo coltivato nei solchi di quelle parole: su quelle M segnate alla perfezione e quelle I sinuose. Quante lacrime sulla sua bellissima A.
Dettagli.
Piccoli dettagli di un amore profumato di miele, come il cuore di certi fiori colti durante una passeggiata insieme sulle rocce. Doloroso, come di parto: una ferita che ha portato ad entrambi un traboccamento di vita.
L’altalena dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni è passata tutta attraverso consonanti e vocali scritte con cura.
Perché le lettere d’amore si scrivono per bene. Magari di getto, ma per passione, mai per fretta.
E la cura dei dettagli di una sola parola, pensata e scritta come la più grande carezza possibile donata all’altro, è passata nelle nostre vite.
Il dettaglio di un fiore in bagno, di una candela profumata sulla soglia. La carta da regalo scelta con attenzione, i sorrisi donati a far più bello il cielo. La bellezza della celebrazione delle nostre vite. Le mani tese.
Ecco, un altro dettaglio che ha cambiato, giorno dopo giorno, la mia vita.
Se ci pensiamo, ad ogni istante, scriviamo lettere - che restano -  sulle pagine dei giorni.
Le parole creano, fecondano. E uccidono, devastano.
E se ogni tanto ci ricordassimo di scrivere lettere d’amore?
Con cura, devozione, con la volontà di lasciare un segno di bellezza per sempre?
Una lettera d’amore al giorno e pian piano torneremmo a cantare d’amore, magari, anche solo guardandoci negli occhi.
Da uomo a uomo. Solo perché siamo della stessa carne e delle stesse ossa.
E, forse, poco alla volta, torneremmo anche ad ascoltare il canto d’amore che la creazione stessa eleva continuamente, persino mentre noi la devastiamo.
Vivere ogni giorno come se stessimo scrivendo una lettera d’amore.
Forse è questa la bellezza che salverà il mondo.   


10. Asetticomania




Esami di routine.
Entro nel laboratorio analisi, con la solita faccia di me senza colazione, ovvero zombie versione lifting (sapete che al rimmel non rinuncio mai!), e mi siedo allungando il braccio sinistro e voltando la testa dall’altra parte.
Il sangue non mi impressiona, però quello è il mio. Mi volto, non si sa mai.
Ci sono anche le urine, mi dice la bella analista dagli occhi azzurri.
Ah, non l’avevo letto!
Quindi mi passa una provetta dal tappo rosso.
Raccolga le urine in maniera asettica.
Allarme! - suona la campanella delle emergenze nella mia testa e il movimento interno appare dallo strabuzzamento oculare -, e che vorrà mai dire?
Ehm, mi scusi, ma in che senso in maniera asettica?
Quando appoggia il tappo della provetta su una qualche superficie, mentre raccoglie le urine, lo metta capovolto, così che nessun agente estraneo possa poi risultare nelle analisi.
OK. Chiarissimo.
Un dettaglio potente.
Ha rovesciato tutti i tappi della mia vita.
Quello del barattolo del miele, del dentifricio, del contenitore del caffè, anche quelli degli omogeneizzati di mio figlio che andavano comunque buttati e non richiusi. Ogni tipo di chiusura, alimentare e non, ha subito, da quel dettaglio in poi, il trattamento asettico.
Perché? Perché una wild woman come me ha subito il forte impatto immaginale dei germi che si attaccano al tappo della provetta delle urine per insinuarsi, subdolamente, nelle mie analisi, nella mia viiiiiiiiitaaaaa?
Anch’io, che non ho ceduto all’amuchinare l’universo domestico ed extra domestico ai tempi delle grandi tempeste virali, subisco la psicosi da I AM LEGEND? Ricordate, quel film in cui Will Smith ci salva dalla fine per virus.
Un tappo delle urine mi ha stanata: ha sguinzagliato la psyco salutista!
Per me, questo dettaglio, è stata la dimostrazione lampante di come le notizie, gli eventi, ci condizionino anche a nostra insaputa.
Quando ho cominciato a capovolgere tutti i tappi del mondo l’ho fatto con un automatismo assoluto. Senza consapevolezza.
Solo più tardi ho preso coscienza dell’insinuazione ambigua.
Sebbene io non sia mai stata una casalinga disperata e maniacale certamente  il mio piano cucina non nasconde il bacillo segreto della peste bubbonica!
Eppure quel gesto continuo a farlo.
Continuo a capovolgere i tappi.
Automaticamente.
Di quanti automatismi siamo vittime, quanti pensieri auto limitanti ci chiudono in stereotipi che poi decidono dei nostri pensieri e dunque delle nostre azioni e in fine della nostra storia? Quanti lacci alla nostra più autentica libertà?
STANARLI TUTTI: ecco il lascito di quel dettaglio.
Il pensiero che il mondo dell’altro ci invada, che l’invisibile sia il nemico, che la materia ci contamini, che la fuga sia un buon metodo per stare al mondo, ecco il sussurro di quel tappo rosso.
NO.
Non ci sto, caro il mio tappo!
Io voglio immischiarmi alla folla patogena o no, sporcarmi le mani, camminare scalza sulla terra piena di brulicante vita e godere della materia, che è il polo visibile dell’invisibile e restare in mezzo alla tempesta degli ormoni, delle relazione, dei tempi, sporca di mondo.
Voglio una vita contaminata.
Corro il rischio.
Tappi, siete avvisati!


11. Le benedizioni del ferro da stiro 


Ero in metro a Roma.
La folla più pressante del solito. Mi piacevano quei bagni d’umanità sconosciuta. Ognuno col suo sguardo perso in chissà quale storia, ognuno col suo modo di tenersi in equilibrio, fuori come dentro.
Ed è stato lì, in uno dei 29 settembre importanti della mia vita che ho sentito l’impulso irresistibile ad essere una silenziosa benedizione per tutti. Wow, mica niente!
In realtà ho sempre avuto in cuore questa sollecitudine benedicente, fin da piccola. Prima in una dimensione magica, di quella magia dell’incanto e non dell’incantesimo, quella che accresce la realtà rivelandone l’intrinseco potenziale, poi via via crescendo, in una dimensione… magica. Uguale. Stesso incanto.
Mi piaceva chiedere a Dio di versare, come pioggia dolce, la Sua benedizione sui luoghi in cui passavo, sulle persone che incontravo e nelle situazioni più svariate.
Sentivo una sorta di responsabilità benedicente.
L’entusiasmo del bene della ragazzina che sono ero è stata una scuola di bellezza e di mazzate. Non me ne lamento. E’ servito. Tutto. Anche il letame. De Andrè docet!
Per molto tempo ho cercato la mia strada per benedire, con un discernimento profondo, lungo e ben guidato.
Un tempo di aspirazioni grandi, sogni immensi, come deve essere l’adolescenza.
Poi la risposta è giunta dove e come non mi aspettavo.
Nel caos. Nella vita più ordinaria possibile.
Il cuore teso all’Uno, nel molteplice più colorato e vario, ha scandito battiti sicuri mentre svoltavo l’angolo e andavo a ricevere la mia verità.
Ed ora, mentre stiro la maglia che il mio uomo indosserà, sento scendere, dal mio cuore al tessuto, una benedizione per ogni piega, per ogni angolo accarezzato dal vapore.
Che banalità, vero?
Ci sguazzo nella bellezza del banale quotidiano.
Nella mia vita piccola è il mio scopo grande, quello per cui sono venuta al mondo.
Sta qui ed ora il segreto della storia di ognuno.
Nel vapore del ferro, nell’acqua che bolle in pentola, nelle candele accese, nelle impronte sul pavimento, nell’entusiasmo per quel libro letto insieme, nelle risate per le parole sapientine di nostro figlio, nel cuore condiviso con persone nuove, nell’abbraccio d’un vecchio amico ritrovato, nell’e-mail che non ti aspettavi, nel canto delle cicale e le nuvole che sbadigliano in questo pomeriggio di fine agosto.
Il segreto, già.
L’ho trovato in un giardino, ricordate?
Ma questa è un’altra storia.
Ah - tanto per togliere ogni equivoco di edulcorazione da romanzetto devoto - che poi le maglie il mio uomo se le stira anche da solo, eh! 



12. L’Eros di Dio 

 (nella foto La Secca di Maratea, Basilicata)


La natura ha avuto su me una forza d’attrazione grandissima, sempre.
Sono stata concepita su un prato.
Sono cresciuta sotto gli alberi.
I miei giochi erano succulenti pranzetti preparati con erbette pestate a dovere e distribuiti generosamente a tutti i bambolotti che facevano il presepe, tutto l’anno, sull’enorme scaffale di legno che mio padre aveva costruito in cameretta.
E la storia del mio giardino incantato la conoscete. Anche se non tutta.
C’è una ricarica gratuita nello stare in mezzo alla natura che è un aspetto imprescindibile della mia vita.
La mia scelta di restare qui, in un paese piccolissimo, nella bella terra di Lucania, credo sia stata dettata profondamente da questo legame con i miei alberi anziani, il mio giovane acero, con la zolla pietrosa mia, con questa terracarne che mi ha partorita più e più volte e sempre mi partorisce a vite nuove.
Le colline sinuose, i vigneti come tappeti finemente tessuti sulla terra bruna, le messi di grano, i nibbi, le civette sui tetti delle case, le stelle che da qui si vedono bellissime e chiare, le fontane gorgoglianti che echeggiano storie lontane.
Il mutare delle stagioni che da noi è evidente nei colori, negli odori, nei silenzi declinati con echi differenti. I cani e il loro latrato, per esempio, hanno un eco diverso a seconda della stagione, del clima: ci avete fatto mai caso?
Eppure andrei ovunque. Mi piace tutto, abiterei volentieri in altre parti del mondo, ma ho scelto di stare qui.  Almeno per ora.
Dove posso vedere l’Eros di Dio espandersi quotidianamente nel verde che ho intorno.
La maternità mi ha fatto capire questo Eros meglio di qualunque altra cosa.
Che non farei per dare gioia a mio figlio? Colorerei il mondo, lo profumerei, lo riempirei di canti.
Ma Dio lo ha già fatto. E’ tutto pronto perché gli occhi trovino gioia, l’olfatto respiri bellezza, i sensi planino sulle cose allegramente.
Almeno questo è il piano originario.
Un piano che mi piace.
La celebrazione di Dio che la natura fa è una lezione incredibile e se solo riuscissimo ad unirci a questo canto dei pioppi, del mare, delle vette!
Francesco. Ecco, mio figlio si chiama Francesco per questo, perché c’è stato un folle d’amore, secoli fa, cha parlava coi fiori e gli uccelli e li chiamava fratelli ed ha ridato senso all’incanto che vediamo nel mondo, ricollocandolo nell’orizzonte di un Dio, Padre e Madre, che crea la bellezza per la sola gioia dei figli.
Sono cristiana, questo non so se l’ho scritto da qualche parte.
Mi sono convertita dal cristianesimo alla cristianìa, come direbbe Panikkar, da una cultura religiosa ad una esperienza del credere.
Questo mi procura non pochi casini, ma va bene così, mi prendo la responsabilità delle mie aperture, che poi non sono mie ma porte che Dio stesso apre.
Sapete, è più facile camminare con le stampelle che ogni istituzione ci propone, ma ad un certo punto della vita, se si vuol davvero essere felici, bisogna avere gambe solide, e non ginocchia vacillanti, e andare con forza e tenerezza, lì dove si deve.
Io ci sto provando.
E la gratitudine che ho per il mio percorso è immensa. Per quel ‘sorriso silenzioso e attento’ (direbbe Tagore) di Cristo sulla mia rotta.
A 15 anni sono diventata cristiana praticante.
A 38 ho cominciato ad imparare a credere.
Oggi.
Sapete, l’eucarestia più bella della mia vita l’ho celebrata, con il mio sposo e nostro figlio, in mezzo al mare e alla natura più incontaminata.
Eravamo noi il pane e il vino, noi, uniti a tutto ciò che canta a Dio la bellezza d’esserci. Ed eravamo grati.
E’ questa l’eucarestia (che poi vuol dire proprio rendere grazie!) che può e deve dare senso a quella degli altari.
Quella vitale dei dettagli del quotidiano.
Altrimenti c’è solo precetto. Annoiato, annacquato di moralismo, vuoto di vita.
Ecco, la grazia di Dio non ha paragoni, ve lo dico fuori dai denti.
La natura è altamente loquace della Bellezza che ci spetta gratuitamente, ma la grazia, questo continua pioggia di Meraviglia che ci attende ad ogni angolo del giorno (pure di quelli meno su), beh, la grazia non ha paragoni. Lo dico da innamorata di una Fonte che non cessa di effondere Eros.
Francamente: se si entra nell’Eros di Dio davvero tutto cambia. La natura delle cose cambia, per noi.
Ogni dettaglio della vita.
E sapete quanto i dettagli per me siano importanti!
Come lo so?
Me lo ha detto un Noce. 


13. La terrona intelligente 


Graziosa libreria dell’interland milanese.
Siamo pronti per presentare il libro di un amico.
Seduti davanti ad un tavolo bianco e una piccola platea ci siamo io e l’autore, terroncello come me, e due donne, raggianti di vita, lombarde.
L’inizio dell’evento è alle 16.
Alle sedici meno due minuti una signora comincia a reclamare: ‘Ma la presentazione non era alle 16?’, noi rispondiamo affermativamente e lei ‘… ma mancano solo due minuti, eh!’.
Già da queste prime battute si respira un’aria decisamente diversa.
Da noi nessuno si sognerebbe mai di reclamare l’inizio di un evento ricordandoci che mancano solo ‘due minuti’ al countdown.
Perché? Perché il tempo, da me al sud, è una diluizione dell’anima.
Gli orologi da noi cadenzano il tempo per attimi approssimativi, senza star lì a centellinare i minuti. ‘Che ore sono? Quasi le sette… Fra un po’ sono le cinque e mezza’, cose così. ‘Sono le diciotto e cinquantadue’ non lo direbbe mai nessuno!
Ironia a parte, chi vive al sud o c’è stato sa bene che la precisione non è nostra peculiarità. Abbiamo tantissimi talenti, ma la precisione non ci è costitutiva.
Il quarto d’ora accademico è il minimo sindacale.
Ce la prendiamo un po’ comoda, diciamo, a volte anche un tantino troppo.
La presentazione è stata piacevolissima e anche la scorpacciata iper glicemica e iper calorica di libri che abbiam fatto quella sera è un ricordo molto bello: in treno una signora, ricordo, apprezzò i nostri zaini carichi di cultura. Pensa se avesse sbirciato nelle valige! Eravamo colmi, sazi di quelle scorribande letterarie che si possono fare poche volte nella vita, se non si è molto ricchi, e che è stata il nostro dono di nozze marchiato Feltrinelli. Siamo così. Libromaniacali.
E mentre mi aggiravo in quella libreria, la sera di cui vi dicevo, con la solita aria assorta di chi gioca a nascondino - ‘libro del mio momento: trovami!’, così funziona – ecco farmisi incontro il proprietario.
‘Guardi, le devo dire una cosa’.
‘Prego, mi dica pure’.
‘Sa, quando lei ha cominciato a parlare il suo accento non mi è piaciuto per niente. Così diverso dal mio!’.
‘Beh, anche il suo è diverso, ma non mi dispiace…’.
‘Poi però sono rimasto stupito, eh, lei è davvero in gamba, mi è piaciuta moltissimo. Per carità, non pensi che sono razzista! Si figuri: ho una nipote siciliana, però intelligente!’.
Potete ridere pure.
Il però è stato esilarante.
La sera, a cena dai nostri meravigliosi amici lombardi, raccontando l’episodio abbiamo riso molto, qualcuno era un po’ indignato per l’accoglienza, ma alla fine ci abbiamo scherzato su.
E’ un ricordo memorabile. Una di quelle piccole cose dal grande peso.
Vabbè, l’insegnamento è chiaro: la gabbia più difficile da cui uscire siamo noi.
Ma non è solo questo.
Quel ricordo mi si desta ogni volta che sono tentata da un pregiudizio. E chi non lo è? Ora come ora basta una barba scura e un corano per gridare all’attentato, un rosario e un viso pulito per dire che si è santi.
Centinaia di volte al giorno siamo sulla soglia del pregiudizio e spesso entriamo, oltre quello, nella nostra gabbia dorata, perdendoci qualcosa.
Quel qualcosa è la vita che scorre e ci viene incontro in mille diversi suoni, colori, odori, sapori.
Il pregiudizio anticipa il bello che può sorgere oltre una credenza limitante, che ci inchioda ad una fissità senz’anima, senza soprassalti, senza slanci.
Insomma, sono una terrona intelligente - si dica eh! – e oltre l’accento c’è di più!
C’è la mia terra, la mia storia, la mia gente.
Così come nell’accento del proprietario di quella libreria c’è tanta vita di tante vite insieme.
Ognuno ha il suo accento quando viene al mondo ed è meravigliosa questa sinfonia di suoni diversi che orchestra la nostra casa comune: la terra.
A volte dovremmo chiudere i sensi esterni, per vedere davvero, e guardare in profondità.
Col cuore.


14. Oh, rrrrrrabbia!

Erano le 6 del mattino.
Lui è arrivato con un cigolio di rotelle da oliare.
Il verde è stato il primo colore che ho visto guardando nella sua direzione.
Verde pastello. Non bello quel pastello, scialbo, direi. Di quel verde che nessuno potrebbe scegliere consciamente per nulla, né vestiti, né pareti, né elementi d’arredo: quel verde che in posti come quello è il colore di tutto.
L’infermiera, il suo volto, è un dettaglio rimosso: una stronza.
Lei, comunque, me lo porge  f i n a l m e n t e  tra le braccia.
Mani minuscole, dita affusolate. Delle manine da vecchietto, piene di rughette, tutte screpolate.
E poi quel viso. Il suo.
L’ho riconosciuto.
Era la prima volta che lo vedevo. L’ho riconosciuto. Punto.
Niente da aggiungere o da sottrarre. Era lui. Mio figlio.
Il suo volto scolpito nel mio grembo era cosa sicura.
Lo avrei riconosciuto fra altri mille volti, con la stessa fermezza che mi ha fatto sentire che era un maschietto dal primo istante.
Non le dico il sesso perché non ne sono ancora certa, fece la ginecologa, ed io non importa: so che è un maschio, lo sento dalla relazione che ho con lui.
La dottoressa allora confermò.
Il dettaglio delle sue guancette rosse è entrato nella top ten dei dettagli più grandiosi di sempre. Immediatamente.
L’odore no. Quello suo vero, profondo, avvolgente, che riempiva tutto - quello che poi diventa la droga per genitori innamorati! - è arrivato dopo, a casa.
Lì puzzava un po’ di latte acido.
Torno al dettaglio, meno romantico, de la stronza.
C’è intanto da dire che questo aggettivo si riferisce non solo ad una infermiera: il LEI, in questo caso è persona corporativa.
Erano tutte uguali.
Scendo nel particolare. Prima volta in nursery.
Ho sempre parlato con mio figlio quando era nel mio grembo e così ho fatto anche durante l’allattamento, fin dal primo istante. Stellina mia, gli ho detto quel giorno e LEI, con un’aria acida, che lo yogurt al limone è zucchero in confronto, mi fa mica è una femmina che lo chiami stellina! Io, sbagliatamente gentile, le stelle non hanno sesso.
E quei pizzichi dolorosi al bambino per farlo svegliare al momento delle poppate?
E quell’abominevole che ho trovato, sempre in nursery,  che scuoteva forte quel corpicino indifeso?
Te lo consiglio tuo figlio, piange sempre!
Si vede che vuole la madre! Ancora sbagliatamente gentile.
Perché, direte, allora non ho avuto la forza di difendere mio figlio?
Potrebbe essere perché ho trascorso, con il mio uomo accanto ininterrottamente, 36 ore di travaglio ed alla fine sono stata portata in sala operatoria (dopo l’ernia di un altro poveretto, perché nell’imminenza, erano circa le 17 quando abbiamo deciso per il cesareo, non c’era posto. Mio figlio è nato alle 18.15) e siccome l’epidurale non mi faceva ovviamente nessun effetto mi hanno anestetizzata completamente e non ho visto nascere mio figlio e sono uscita da lì intubata di drenaggi come ‘un’operata di cuore’, dicevano gli addetti, e mio figlio, si è scoperto poi, aveva due giri di cordone intorno al collo e la tachicardia a palla e io non avevo liquido amniotico da più di 24 ore ed è andata bene grazie a Dio?
Tuttod’unfiato!
No. Non è per questo.
Non è stato lo sfinimento a dettare gentilezza.
E’ stata l’abitudine a non arrabbiarsi.
Pessima abitudine.
Sabato d’agosto. Felici in casa a goderci un momento di intimità domestica, in un tempo bellissimo, pieno di esperienze positive.
Arriva un certo Savonarola e, davanti a nostro figlio, comincia a valangarci di parole piene di paura e ci lancia addosso insinuazioni malevole.
Il punto era la mia pratica del reiki, la tecnica di riequilibro energetico usata ormai anche in moltissimi ospedali ed addirittura mutuabile: io ero la porta di satana.
Una lunga trafila che vi risparmio, ma se avete letto qualche romanzo sulla santa inquisizione (quanto è volgare l’uomo quando alla propria legge omicida da il Nome di Dio!) potete davvero immaginarvi qualcosa.
Ci mancava solo la A sulla porta di casa.
Niente nella vita mi ha stuprato il cuore come quella vicenda.
Non c’è niente di più terribile che si possa dire ad una persona.
Non c’è niente di logico nell’ignoranza più brutale.
Anche allora sono stata gentile.
S B A G L I A T A M E N T E.
La rabbia è un’emozione che ci aiuta a difenderci. Ma io non mi sono difesa.
Ed ho portato i segni della rabbia, però. Dentro.
Che male, che botta!
Non certo una ‘piccola cosa’, né il male né la botta, eppure questi due eventi hanno cambiato la mia storia.
In meglio.

La gentilezza è onorevole.
E’ il tratto d’animo delle persone luminose, leggere, trasparenti.
Ma senza il coraggio della propria identità, la gentilezza perde la sua forza e diviene codardia.
Quando siamo capaci di difendere coraggiosamente il nostro sacrario profondo, quello che determina chi siamo e come stiamo al mondo, la gentilezza si trasforma in mitezza.
Solo l’uomo capace di attraversare tutte le sue violenze, capace di fare di queste stesse violenze una terra nuova, può vivere qui ed ora la pace che nasce dall’incontro tra il lupo e l’agnello, la vipera e il bambino.

Ci vuole coraggio ad essere gentili.
Ci vuole gentilezza nell’essere coraggiosi.
Ed io voglio vivere così.
 



15. Come un barattolo


“Io non sono ciò che mi è capitato di essere.
Io sono ciò che ho scelto di diventare” (C. G. Jung)

Vorrei poter chiudere in un barattolo di vetro una sera d’estate.
Le lucciole, i grilli, la luna e le stelle, quel vento lieve, frizzantino, che ci fa sussultare come se qualcosa di nuovo sia alle porte.
Un barattolo trasparente da guardare all’occorrenza.
Non per malinconia, che a me le stagioni piacciono tutte, solo per bellezza, per amore di bellezza.
E così, pensando a questo barattolo, mi viene in mente che in realtà qualcosa di simile la possiedo già: è il mio cuore.
Un barattolo capace di contenere l’infinito vuoi che non possa custodire una sera d’estate?
Ecco un piccolo, piccolissimo segreto che può cambiare una giornata ed infine anche la vita: la custodia.
Siamo così abituati a scattare foto ad ogni ora del giorno, per postarle magari sui social network, ma sappiamo ancora imprimere nel cuore istantanee che niente potrà cancellare?
Non so se vi è mai capitato. A me capita spesso. E non c’è scatto fotografico che possa essere pari a quei lampi di luce che scavano nel cuore il loro posto per sempre.
Un profilo nella penombra. Un sorriso come una finestra aperta sul sole. Due mani che si trovano. Gli occhi dell’addio e il ‘ciao’ del per sempre. Le labbra di quella sera che ti ha cambiato la storia.
Il cuore è la custodia di tutta una vita, il barattolo di vetro da guardare all’occorrenza: per amore di bellezza o per rovesciare tutte le tempeste?
La risposta dipende da noi.
La vita che abbiamo vissuto siamo noi.
Le relazioni, gli incontri, le attese e le separazioni, gli eventi straordinari e quelli ordinari, le notti e i giorni siamo noi.
Nulla passa e basta. Ma questo NON E’ MAI UNA CONDANNA!
E’ una possibilità.
Si sente spesso dire che ‘ci sono ferite che lasciano il segno’, il che equivale a dire che ci sono istantanee del cuore che continueranno a tormentarti per sempre!
Non vorrei mai sbarazzarmi di queste ferite, di questi solchi di luce improvvisa e del dono che anche la sofferenza ha portato nella mia vita, di quell’universo nuovo che ha spalancato.
In una notte un po’ insonne, una di quelle d’estate da collezionare, un pezzo di passato è riemerso improvvisamente: la foto era lì, sotto le note di una canzone.
Un passato doloroso, segnato da una grande separazione.
In quella istantanea del cuore il mio volto era quello di molti anni prima, le lacrime le stesse. E l’amore immutato.
Cosa fare di questo volto, di queste lacrime, di questo amore impresso a fuoco per sempre?
Tutto il bene che so.
Senza paura.
Senza paura.
Senza paura.
Lascio emergere l’immagine, la sua emozione forte.
La accolgo, la guardo, me ne prendo cura.
E ringrazio per quello che ha rivelato di me: che sono mondi di diversità, che sono storie, uomini e donne, parole e silenzi e che tutto è armonia tratta dal caos.
Una notte, un ri-cor-do (un’istantanea del cuore) un dolore riemerso, è una strada – dentro – per evolvere verso il compimento, con la consapevolezza che tutto, TUTTO, ci costruisce, anche ciò che ci ha distrutti e che ogni sentiero è una strada verso Casa.

“Io non sono ciò che mi è capitato di essere.
Io sono ciò che ho scelto di diventare” (C. G. Jung)





16. L’odore che ha l’eterno
 

Qualcosa.
Qualcosa ha sempre attirato la mia attenzione sin da bambina.
Qualcosa che non era più in alto.
Era dentro.
Qualcosa.
Una luce, il fremito dell’aria, l’incanto di un profilo, un suono.
E poi un odore.
L’odore che ha l’eterno.
L’ho sentito all’ombra di una magnolia fiorita, nell’aroma limpido e avvolgente di quel fiore meraviglioso e vulnerabile come gli uomini.
Tra le pagine di un libro.
Nell’odore di certe sere d’estate, sospese come un volo verso il tutto possibile.
Con i grilli e le stelle a luccicare in alto.
Quelle sere d’estate come una promessa.
L’odore che ha l’eterno.
Oggi l’ho annusato nella mia bambina.
Con lei sul cuore, ad un certo punto, ho sentito l’odore dell’eterno.
Tra le sue labbra, nel suo respiro.
Ho sentito chiaramente l’odore dell’eterno.
E non so dire dove né come. Non so dire nulla.
Ma era lì, era lui.
Era quell’odore delle cose destinate a non finire mai.
Credo questo sia il paradiso.
Un luogo di infiniti odori, sapori, suoni.
E i nostri  sensi sono le porte del paradiso, già qui.
Porte che si aprono e dentro, dentro, c’è qualcosa.
Qualcuno.

Sentire, attraverso i sensi, la profonda qualità delle cose, quell’infinito che abita i corpi, è permettersi di entrare, passo dopo passo, nel paradiso.
Mentre i sensi sono così allertati accade qualcosa.
Accade.
E improvvisamente ogni sensibilità sparisce e fa spazio all’esperienza più esaltante possibile, quella che poi cambia i connotati a tutte le ore del giorno: il sentire il divino, non il pensare, il sentire il divino che colma tutte le cose e le avvolge e le supera.

Può un semplice respiro riportarci a casa? 
Ridare alla nostra vita l’odore dell’eterno?
Può.
E’ il compito di ogni respiro.



17. Sua maestà, il re del fico d’india

   
C’era una volta, in un paese vicino vicino, una festa piena di luci e bancarelle e in mezzo alla folla distratta lui, il re del fico d’india.
No, non è una favola, è un ricordo.
Di quelli piccoli e intensi che cambiano le cose.
Ci sono un uomo e la sua donna, davanti ad una grossa bacinella azzurra, dentro cui galleggiano succulenti fichi d’india come panciuti pesci colorati.
C’è dell’acqua che brilla, increspandosi al tocco del re, di tutti i colori delle luminarie intorno.
Ed un gesto, regale.
Lui, il re del fico d’india, pesca dalla sua vaschetta e comincia con maestria a spogliare il frutto della sua buccia.
Un gesto semplicissimo, ma di cui lui è signore.
E c’è LEI, la sua donna.
E’ stato lo sguardo di lei, puntato sui gesti del suo uomo, a farmene notare la regalità.
La donna lo guardava ammirata, rapita, fiera.
Lui che sbucciava dei fichi era ai suoi occhi il re del mondo. Era chiaro, evidente.
E lo era davvero!
Il suo fare maestoso, nobile, sicuro, era quello di un re.
Un gesto che mi ha ammutolita, affascinata, cambiata (con la discrezione delle piccole cose).

Non c’è un solo momento della nostra storia, non una sola espressione di ciò che siamo che non sia una possibile manifestazione della nostra regalità.
Siamo coronati e ce ne dimentichiamo!
Tutte le tradizioni riconoscono, ognuna a suo modo, una corona sul capo degli uomini come simbolo del compimento.
C’è chi la chiama aureola, chi keter, chi sahasrara … ma il significato è lo stesso.
Siamo re.
E tutto di noi può aiutarci a ricordare questa regalità e tutto di noi può permetterci di manifestare questa regalità.

Mentre lavoriamo, e siamo signori e maestri di qualsiasi lavoro possibile – perché ogni mestiere è un’arte -, mentre camminiamo, mentre mangiamo, mentre amiamo. Sempre abbiamo questa possibilità di strapparci all’abbruttimento, che sembra dilagare ma in realtà fa solo più rumore, e ricordare che siamo re.

E poi ci sono gli sguardi regali.
Come quello di lei sul suo uomo, quegli sguardi che accrescono la nostra bellezza e la mostrano anche agli altri, quegli sguardi che non giudicano, non spogliano, ma sopravvestono di cura e amorevolezza.
Quegli sguardi che ti scoprono dentro.

Una sera d’estate, di molto tempo fa, un re del fico d’india e la sua regina mi hanno ricordato, con un gesto e uno sguardo, che non esiste il banale, che non c’è un solo istante che sia fuori dalla nostra crescita nella regalità e che sempre e ovunque, in qualsiasi circostanza e occupazione, possiamo fare la differenza lasciando emergere da noi tutta la dignità di cui siamo partecipi per natura e che sempre e ovunque possiamo riconoscere nell’altro.

Su, coraggio, ognuno al suo posto, senza far cadere la corona!




18. L’albero del Nome

                     
                                                                                                                        C’è stato un tempo in cui tutto ciò che desideravo era essere sepolta nell’oblio
per ritirarmi in un eremo solitario
a cantare il Nome
che mormora il mio cuore.

C’è stato un tempo senza parole, in cui le poche parole pronunciate erano troppe.
E’ stato un crogiuolo, una fucina per forgiare la mia spada.
E’ su questa strada del desiderio che ho trovato la vita che oggi mi onoro di vivere, è grazie a quell’anelito che ho spalancato il cuore al ‘Tutto Possibile’, fino a sposare Antonio, fino a ricevere il dono di Francesco e Irene.
Fino a ricevere la vita che era in serbo per me.

Vi ho parlato del mio Noce.
E’ lui una chiave del mio segreto più grande.

Alla sua ombra ho imparato ad accogliere l’invisibile.
Dal regno delle fate della mia infanzia selvatica sono stata condotta verso l’Essere che permea tutte le cose, che dà la vita, che crea continuamente.

Prima le sue radici e il suo tronco sono stati per me il confronto con la potenza e la terrosità del Figlio di Dio.
Poi i suoi rami, su cui mi rifugiavo, sono stati la tenerezza del Padre.
E, infine, lo stormire del vento fra le foglie… il Suono Sottile del Silenzio.

Ho lasciato il Noce quando ha terminato il suo ruolo di maestro.

Una piccola cosa, quel Noce come tanti in un prato come tanti.
Ha condotto la mia storia - fuori come dentro - ad una comprensione non più semplicemente razionale del divino in me e in tutte le cose, ma dei sensi e del senso del cuore.

Ci sono migliaia di piccole cose che, se illuminate, possono cambiarci un giorno e, infine, tutta la vita.

Basta aprire la porta.

Nei sensi e poi oltre i sensi
c’è un mondo senza fine
e siamo noi: meravigliose trinità di corpo, mente e cuore,
che camminano, a piedi nudi, nella storia.


19. Acufenomenologia dello spirito



Improvvisamente, durante la notte, un rumore.
Un sobbalzo dal letto e comincia la ricerca.
Niente.
La fonte del rumore è introvabile.
Nessun elettrodomestico.
Nessun camion.
Niente ronzii delle lampade.
Niente di niente. Niente di niente.
La fonte sono io.
Io.
Panico!
La pancia sottosopra, il respiro affannato.
Rescue remedy subito, almeno per riprendere lucidità.
Esercizi respiratori.
Ok. Ce la posso fare.
Riprendo sonno a fatica, dopo molto tempo.
Al risveglio quel suono è ancora lì.
Panico.
Rescue remedy.
Meditazione.
Riprendo lucidità.

Ciò che mi ha spaventata dell’acufene (e devo dire che per chiamarlo col suo nome ho faticato non poco!) è stato il suo potere evocativo: mia madre ne soffre. Mia nonna ne soffre. L’affermazione è stata subito: sono spacciata, è per sempre!
Quel per sempre, quell’alone di ereditarietà delle cose da non ereditare, mi ha travolta.
E poi c’era il … … … s i l e n z i o … … …
Dove era finito il mio amato silenzio, il luogo della mia vita interiore, il perno del mio lavoro con la meditazione.
La perfezione – eh? – dove era finita la MIA perfezione?

E’ stato un lavoro intenso, duro.
Sono stati mesi di ascolto profondo.
Sì, perché quello che subito dopo il panico e le pippe mentali ho compreso è stato che avevo un’occasione per lasciar emergere qualcosa sull’ascolto.
Era cominciata una nuova fase della mia storia.

Ho scoperto nuovamente il silenzio.
Quello che si può accogliere anche in mezzo al mercato.

Ho scoperto nuovamente la verità del donarsi.
Che non ha a che fare con l’essere perfetti, ma con l’ESSERE.

Ho scoperto nuovamente il potere del limite.
Quello che ti uccide se gli dai forza, che ti salva se gli dai tempo.

E’ incominciata quella che mi piace chiamare l’acufenomenologia dello spirito.
Un percorso capace di mostrami il mio corpo, le manifestazioni di dolore, fastidio, vulnerabilità, non più come un nemico da sconfiggere, ma come un avversario per imparare qualcosa di me e della mia storia d’amore con Dio, ovvero del percorso di unità che ricerco da sempre.

Sono diventata più benevola con la mia debolezza costitutiva.
La salute ha perso il suo valore di idolo.
Perché è un fatto inconfutabile che sia una meraviglia essere sani, non malati. Debellare ogni patologia possibile è un dovere, ma… nel frattempo?
Nel frattempo comprendo sotto nuova luce ogni passo, grazie alla mia debolezza che è una chiave che apre molte porte e spalanca il portone della Forza Vera.

Sogno un mondo senza sofferenza.
E quel mondo ci aspetta.
Ma ora, qui, lascio che la sofferenza stessa sia una possibilità.

Un dettaglio, un rumore nell’orecchio, solo un dettaglio, importante certo, ma che non può togliere l’incanto di esserci, qui ed ora, in questo tempo, in questo spazio.

Piccole cose che possono cambiare un giorno ed infine anche la vita.
Spetta a noi decidere se in meglio.
Con coraggio.





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