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lunedì 8 febbraio 2021

lunedì ~ Poetry & Laundry

 


Il corpo del (c)reato
 
Il corpo che noi siamo è la grammatica di Dio(Josè Tolentino Mendoça).
C’è un tempo in cui questa affermazione è il nostro pane quotidiano.
E’ il tempo dell’incanto, dell’inizio della vita, un tempo che andrebbe preservato per sempre, di pura bellezza, bontà, autenticità.
E’ il tempo sacro dell’infanzia, in cui – in potenza – tutto ciò a cui aneliamo è possibile.
Si palpita ‘al naturale’, si canta con la pioggia e con il sole e non è strano dialogare con tutto ciò che esiste. La casa, le cose, le rose.
L’Eros divino colora tutto con armonia, la Viriditas (l’Energia vitale, secondo Ildegarda di Bingen) è nostra. E ci piacciamo! Il corpo è flessuoso come quello degli alberi e forte, le sue fasi sono come le stagioni: un continuo mutamento. E…wow!
 
Poi s’insinua un doppio in noi, e afferma che, beh, non è proprio così.
Presto o tardi, qualcuno o qualcosa, riesce a convincerci del contrario.
 
Io e il mio corpo siamo stati benissimo insieme. Fino ad un certo punto.
Poi, siamo stati separati.
Nella mia testa ha cominciato a lavorare il rifiuto, l’inadeguatezza, il sospetto che fosse un nemico pronto all’imboscata ed io ho dato così tante argomentazioni a questi preludi, da finire col credere più alla mia mente che alla realtà.
Alla fine, il corpo si è adeguato alla mente.
Povero corpo mio, che lotta ha dovuto ingaggiare per segnalarmi la direzione giusta!
Se guardo indietro, le vedo le altalene sul mio volto, sul corpo, le cicatrici sul cuore e le amo, ora, con tenerezza.
Ma allora non c’era pace.
 
Eppure, ad un cero punto è cominciato a tornare l’incanto.
C’è voluta una mediazione, così come era avvenuto per il disincanto.
Uno sguardo mi ha riflessa bellissima e i pezzi del corpo hanno cominciato a ricomporsi.
Era solo l’inizio di un nuovo viaggio. Solo il riflesso di ciò che veramente sono.
E noi siamo più che riflessi! Gli occhi degli altri non possono ancorarci per sempre, sono i nostri stessi occhi che devono farlo. Lo sguardo che abbiamo su noi.
Tuttavia, le zavorre delle ottime argomentazioni mentali hanno cominciato ad alleggerirsi.
E così il corpo di dolore, con le sue mattanze di sintomi, eredità di argomentazioni convincenti e di un humus di ipocondriaci ben radicato intorno, ha cominciato un nuovo percorso di conoscenza.
Piacere, sono te, lo sono sempre stato, lo sono sempre!’ mi ha detto il corpo ed io ho cominciato a guardarlo meno come un nemico e più come una mappa del viaggio.
La maternità mi ha avvicinata ancor più al corpo che sono e mi ha insegnato ad amarlo, con nuovi terrori e nuovi terremoti, ma la strada è aperta e voglio percorrerla, ormai.
 
Il corpo che siamo è la grammatica con cui Dio scrive versi e prosa nella nostra vita, ma noi crediamo più spesso che il corpo sia un animale da soma: ci trascina la materia, ci fa il lavoro sporco. E poi ci tradisce, smettendo di servirci.
No, non è così. Non è questa la sua vocazione!
E’ grammatica di Dio, la forma in cui si esprime il divino che ci abita.
Poi un giorno, questo corpo avrà detto tutto e cominceremo un altro viaggio. Ma nulla andrà perduto. Lo so. La carne, celata nel corpo che siamo, è sacra, l’esperienza umana è sacra.
E’ il luogo più sacro al mondo.
 
Guardati allo specchio, dritto negli occhi. Scoprici Dio.
A me è successo, un giorno di tanto tempo fa, dopo aver cercato dappertutto.
Era lì. Era lì da sempre.
Ed io ero fuori.
Ed è stato come ritrovare la strada di casa.
Come ritrovare il cammino verso il Tempio. In spirito e verità.
 
Osserva il corpo che sei e porta consapevolezza ad ogni sua parte, respira in ogni camera di te, nella pelle, negli organi, dentro ad ogni cellula, nelle ossa, nei muscoli.
Immagina che ogni tua parte sia il perimetro del Tempio più sacro al mondo.
Prenditene cura, donagli acqua perché sia purificato, aria, calore e frescura, profumi perché sia gioioso. Adornalo perché risplenda la sua intima natura. Onoralo perché merita l’oro, trasmutato dal piombo dei giorni più duri.
Portagli gioia, comprensione, dedizione, rispetto.
Non guardarlo con sospetto, come se ogni sintomo fosse l’epilogo di un film dell’orrore. Accoglilo con amore nel suo linguaggio.
Parla con un sintomo se non sai ascoltarlo diversamente.
 
Donati il corpo che sei e non quello delle tue costruzioni mentali.
 
Ci proviamo?
Io ce la sto mettendo tutta.
 
La mia tunica di pelle è il rovescio di un abito di luce.
Piano piano lo indosserò nel verso giusto.

Buon cammino, 

Marianna

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